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mercoledì 19 giugno 2013
 
 
Nuovo articolo di Psicologia e relazione
PERCHE' SI LEGGONO GLI ARTICOLI DI PSICOLOGIA?
Scritto da Massimo Garbagnoli - Roberta Resega   
giovedì 17 febbraio 2005
Rimozione, ossessione e compulsione, maniacalità, ansia, depressione, stress, dinamiche inconsce, difese e coscienza e... tanti altri, da risultare quasi infiniti, sono i termini e le parole “psicologiche” che quotidianamente invadono i mezzi di comunicazione e di informazione. Ci sono poi i test che sanno dire in poche mosse com'è la personalità di ognuno, che vengono compilati da soli o in compagnia forse, più che per divertirsi, per trovare qualche risposta su se stessi. C’è chi risponde con discreto scetticismo, chi sente una forza incontrollabile a resistervi e chi, invece, fa tesoro del risultato emerso e si identifica un po’ di più in parti di sé che “trova” descritte con decisione. In sostanza c’è una curiosità generalizzata che trova nella quotidianità la possibilità di essere soddisfatta con vari mezzi di ampia diffusione: dal giornale di moda, alle riviste un po’ più di settore, al mondo mediatico di internet, alla televisione, che quasi ad ogni ora propone qualche Nome che esprime il proprio punto di vista “scientifico” relativo ai temi umani che catalizzano maggior attenzione in quel periodo, o ai fatti dell’attualità che ancor più diventano esempi concreti di espressione dell’essere umano.
Ma l’interrogativo di fondo resta “come mai tanta attrazione”?
Non è difficile sentir dire da qualche persona anziana che “una volta tutti quesi problemi non c’erano”. Forse è vero, ma più probabilmente, come spesso è avvenuto nella storia (ad esempio della medicina) accade che alcune forme di disagio non sono state riconosciute come tali per molto tempo. Per diverse motivazioni scientifiche, socio-culturali, ecc. non c’era spazio per il riconoscimento o la manifestazione di sintomi intermedi, e così, chi stava male, poteva solo continuare e fine a stare “malissimo”, in tal caso veniva ricnosciuto lo stato di malessere. Solo nella manifestazione estrema c’era la possibilità di essere “visti” e di essere riconosciuti e "compresi" in una certa categoria. Ma, a che pro? A chi serviva questo? Sia all'operatore che, allora, sapeva cosa farci, che al diretto interessato: se so “di che morte devo morire”, per quanto strano possa sembrare, sono più tranquillo. Non è forse così? Se non so che cosa ho, se non so dare un nome a cosa sento, se non ho qualcuno che mi sa spiegare e dire di che cosa si tratta, cresce lo spazio per l'agitazione, il timore, l'incertezza, la preoccupazione.
Non siamo forse oggi in un mondo dove c'è incertezza in tutto, dove, per contro, si cerca certezza in tutto? Forse negli ultimi decenni la trasformazione sempre più tangibile dell’assetto sociale e antropologico ha permesso che ci fossero più informazioni e con esse anche più spazio per il riconoscimento dei disagi meno gravi. Ciò ha permesso che si potesse passare dal riconoscimento dei sintomi dalla malattia conclamata, al riconoscimento anche del disagio, del malessere. Chi si interessava di patologia piano piano è passato ad interessarsi dallo stato acuto, parossistico, evidente, all'interesse per l'essere umano, al suo funzionamento nella norma, nel quotidiano, o più semplicemente alla condizione umana. È qui che l'essere umano si è scontrato con sè stesso, con il suo funzionamento. Ci si è scontrati, cioè, con le tante cose che si mettono in atto quotidianamente contro l'incertezza, il timore, la preoccupazione, e si sa, l'incertezza, il timore per il domani, la preoccupazione per il futuro, fanno parte dell'essere umano.
Un altro aspetto, collaterale, è che, questo tipo di approcci, assieme ai cambiamenti sociali occorsi, hanno contribuito alla nascita sia di nuove categorie, in tutte e due i sensi, sia alla produzione di nuove modalità per tollerare la devianza: cioè la società con le sue mille possibilità (noi stessi) ha dato spazio a luoghi di “contenimento-aggregazione”, sia fisici che ideali, per contenere i suoi “nuovi cittadini”, senza con questo neutralizzare la componente di sofferenza che la persona sviluppa e porta dentro di sé, ma semplicemente contenendola. È in direzione a questa nuova condizione social-psicologica chel’individuo ha sviluppato, e sta sempre più sviluppando, la necessità di trovare delle risposte, di darsi delle risposte, di comprendere ciò che gli succede, di capire che quello che gli succede e che sente è conosciuto e condivisibile con gli altri.{mospagebreak}
Facciamo un salto a qualche decennio fa, tutti i centri avevano “il matto del paesse”. Anche li c'era una società che permetteva di “contenenre”, di gestire, una tale condizione. Oggi che i paesi non esistono quasi più, ci sono dei Centri di cura, dei grossi Centri, dove viene gestito il disagio. Viene da dire che “più è grosso il Centro, più si sente che viene gestito il disagio”. Ma per chi non soffre di un disagio tale da recarsi in un luogo di cura, chi vive tutti i giorni la propria incerta quotidianità, quali sono le possibilità di avere delle risposte alle domande su di sè?
Ecco allora la proliferazione esponenziale di articoli e dibattiti di impostazione psicologica sembrano avere sempre più l'obiettivo di tranquillizzare sulle insicurezze, tanto da sconfinare in una specie di pronostico, di oroscopo, che garantisca un certo tipo di futuro. Si cerca di farsi dare risposte certe, sceintifiche, che da soli non si riescono ad avere, spesso senza ragionarci tanto sopra, usando significati generali e generalizzabili per poterli assumere come propri.
Questo fenomeno non va preso come un momento particolare della società. In tutti i tempi della sotoria l'essere umano ha cercato di darsi delle risposte, di capirsi e di trovare delle questioni che potessero rassicurarlo sul proprio perceporsi instabile (non in senso patologico, ma nella normalità del nostro essere), quasi per sconfiggere la propria condizione che lo lega, per struttura, ad un equilibrio precario.
Probabilmente, e dovremo dire “anche” oggi, quello di cui si va alla ricerca è di una risposta che ci rassicuri, una comprensione che ci consenta di stare tranquilli, che ci rassereni sul fatto che quello che sentiamo è normale, che avremo un domani migliore, che il/la morosa/o non ci lascierà, che avremo nuove possibilità di ogni tipo e che riusciremo a realizzare almeno un nostro sogno. Ma a che serve “sapere” queste cose? A cosa serve che qualcuno ci dica qualcosa di noi? Beh, con queste frasi probabilmente andremo a dormire più sereni, affronteremo una giornata con più “certezze” o sentiremo che c'è qualcuno che sa che avremo un domani, forse migliore.
Così, anche la psicologia a volte viene presa nel quotidiano come un oroscopo, ma magari più scentifico, con più fondo di "verità". Proprio la psicologia che ha come obiettivo il "riflettere" dell'essere umano su sè stesso. E come si sà, ogni riflessione apre a nuove domande, a nuove incertezze, tutt'altro che a nuove certezzze o sicurezze.
In luce a quanto detto, non ha senso qui un pensiero "di verità rassicurante" in quanto probabilmente andrebbe ad inibire il movimento delle menti, di chi legge. E’ nella “non-risposta” che vorremmo lasciare questo spunto aperto alle riflessioni di ognuno, che possa stimolare il pensiero, lasciando emergere le idee che appartengono al singolo lettore.
Crediamo che la differenza stia proprio qui, dietro le righe, che sia grande, e che stia all'interno stesso della psicologia che è sempre nuova, è sempre diversa, è sempre perciò vitale, ed è (o almeno dovrebbe essere) sempre come l'essere umano, in evoluzione. E come si sà il movimento è vita.
Le conclusioni richiedono altresì che si dica: forse il “bello-e-il-brutto” dell'essere-umani sta proprio nel nuovo, nel non sapere cosa ci sarà domani, ma, se, e quel che ci sarà "ce lo penseremo" e "ce lo faremo" noi.
Magari domani, come tutti i giorni, cisarà del “brutto” e del “bello”.

Buon pensiero e buona giornata.

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