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Psicologia e Relazione
I TEMPI DELLA MENTE
Scritto da Massimo Garbagnoli   
sabato 06 febbraio 2010
 

max_garbagnoli.jpgTorna la rubrica "Psicologia e relazione" che solo i lettori più affezionati di Novionline ricorderanno. Curata da Massimo Garbagnoli, psicologo e psicoterapeuta, è specialista in psicologia clinica analista dell'adulto e del bambino. Lavora come libero professionista a Milano e Pavia e collabora con comunità per le dipendenze (alcol, droghe, farmaci, gioco, ecc.).

Il tempo è un concetto inventato dall'uomo diverse migliaia di anni fa. Certo è che da quando è stato inventato ne siamo diventati degli schiavi. Spesso l'uomo fa così. Inventa delle cose e poi ne diventa schiavo. Certo le riflessioni che si possono fare a questo livello sono molte, ma l'angolazione da cui guardare il tempo qui è un'altra. Sembra stimolante e indubbiamente curioso fare una riflessione sui tempi della mente, tempi dei gesti, tempi della consapevolezza. Ma entriamo nel tema che è avvincente. Quando facciamo qualcosa siamo portati a pensare che il nostro fare è frutto di un volere. Più o meno esplicito che sia, comunque un volere, un bisogno, una necessità: sono qualcosa che stanno a monte del nostro gesto. È condiviso il pensiero che se facciamo qualcosa è perché lo vogliamo. Un esempio per chiarire: se mi alzo dalla sedia su cui sono seduto per dirigermi verso il frigorifero a prendere dell'acqua da bere, l'avere sete è ritenuta la motivazione, il bisogno o la causa del mio essermi alzato dalla sedia e dei gesti che ho fatto per prendere quello che mi serviva. È un pensiero molto condiviso, è un'attribuzione scontata, quella di mettere a motivazione del fare un volere più o meno esplicito. È così scontato questo meccanismo di attribuire una volontà al fare che, anche quando guardiamo un altro essere umano fare qualcosa, pensiamo che la stia facendo perché ha voluto farla, perché lo desiderava, o ne aveva bisogno. Insomma se mi sono alzato dalla sedia per andare a prendere da bere è perché avevo sete e ho deciso di andare a bere. La questione è così radicata che facciamo questa attribuzione, perché di attribuzione si parla, anche con gli animali. Capita spesso sentire che se il gatto fa qualcosa è perché voleva farlo. Ma lasciamo stare gli animali e torniamo noi, all'uomo. L'intenzione di un atto sembra quindi scontata: agiamo perché siamo intenzionati. L'intenzione è il motore dell'azione. E se non fosse proprio così? Se la volontà consapevole di fare un atto apparisse dopo l'attività del cervello che porta ad un'azione volontaria? Se una certa azione apparisse già prima della volontà esplicita di agire? La questione è sempre più intrigante.
B. Libet, professore emerito di Filosofia alla University of California di San Francisco, fa diversi esperimenti sul cervello e arriva ad una scoperta sensazionale: il cervello mostra un processo di iniziazione che parte 550 millisecondi prima dell'atto liberamente volontario. Invece, la consapevolezza della volontà cosciente a compiere l'azione appare solo fra i 150 e i 200 msec prima dell'azione stessa. (cfr. Mind Time, Il fattore temporale nella coscienza, 2009).
È chiaro cosa significa ciò? Significa che il processo sentito come volontario ha un esordio che è del tutto in-intenzionale, inconscio, e avviene circa 400 msec prima che la persona diventi consapevole della sua volontà a compiere un'azione. Sì, è sconvolgente, ma sembra proprio che sia così. Questo non significa che siamo in completa balia dell'inconscio. Però mette in chiaro risalto questo aspetto dell'essere umano nel suo vivere quotidiano: l'inconscio ha un peso notevole.
Ripensando all'esempio dell'acqua sembra così che la situazione vada ri-descritta in questo modo: sono seduto alla mia scrivania, ad un certo punto, circa 800 msec prima, il cervello inizia a borbottare, poi, e solo dopo circa 400 msec, mi posso rendere conto che c'è una certa attività in corso e, se non interviene nessun veto, a questo punto consapevolmente, l'azione inizia-va avanti, dopo 150-200 msec.
La volontà cosciente può quindi selezionare quali iniziative bloccare e quali invece lasciare continuare affinché si verifichi un'azione. Sembra, così, che quello che è dato di fare a noi esseri umani, a livello consapevole, sia il lasciar procedere o meno un'azione, a partire dal momento in cui arriviamo a rendercene conto. È anche per questo che, all'oggi, molti lavori psicoanalitici sono rivolti sia all'inconscio sia, e soprattutto, alla consapevolezza di sé. In quanto, imparando a conoscersi, e accettando la sfida del conoscersi tutti i giorni, tutti i minuti, con i nostri tempi, possiamo arrivare a orientare diversamente la nostra vita, a partire dalle piccole mosse che ci capitano tutti i giorni. Non è facile mantenere un atteggiamento aperto nei confronti delle novità, ma quando questa novità siamo noi stessi, può diventare estremamente interessante, stimolante e costruttivo per noi e per la nostra esistenza stessa.

massimo.garbagnoli@dtraining.it

 


   
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Postato da Gavi2008, il 06-02-2010 12:59.

1. L'importanza di conoscersi

Non a caso uno dei pilastri della cultura greca antica (e di conseguenza anche della nsotra) è costituito dal motto "conosci te stesso".
 

Postato da mada, il 05-02-2010 19:00.

2. Caro Dottore...

...probabilmente l'intenzione di scrivere questo post è più antica della decisione di farlo e dell'azione con cui sto ora battendo sui tasti del mio macbook. In ordine temporale le cose stanno sicuramente così, invece a livello motivazionale i processi sono di più difficile comprensione. Perchè un'area del mio cervello ha sentito il bisogno di questa comunicazione? Questi sono gli aspetti su cui bisognerebbe indagare per cercare di capire qualcosa di più di se stessi. Il vero problema è la paura a guardarsi dentro e forse la mancanza di una capacità introspettiva che non tutti possiedono. Dentro abbiamo spesso cose di cui non ci vanteremmo mai in pubblico e che soprattutto non riconosciamo come nostre. 
Grazie comunque di questo stimolo, i miei neuroni gliene sono grati.
 

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